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Gocce di storia di Napoli

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Pubblicato da in cultura · 9 Giugno 2021
Tags: raffaelebocchetticulturaartepitturastoria
L’ ANGOLO DELLA CULTURA
 
 
La diffusione della conoscenza è un importante e doveroso  esercizio che viene assolto dalle  università, dalla scuola, e da riviste specializzate.  Anche la  Stars Web TV è impegnata  in tal senso attraverso la selezione di alcune e più significative iniziative finalizzate a promuovere la cultura. Questa volta abbiamo voluto mettere in risalto una delle più meritevoli prerogative  della rivista “IL CONFRONTO” che, con un articolo di Raffaele Bocchetti,  ha inteso offrire ai lettori l’opportunità di valorizzare  la memoria di eventi storico-culturali che hanno distinto la storia musicale della Napoli antica, storia di un glorioso passato che non deve assolutamente cadere nell’oblio in quanto  espressione delle nostre radici dalle quali dipende il nostro futuro.

Napoli 09/06/2021
a cura di Raffaele Bocchetti
dalla rivista "Il Confronto"
A  piazza Plebiscito, agli inizi del ‘900, si trovava il “ Caffè Turco ” proprio dove oggi trova posto il Circolo Ufficiali. Era un vero palcoscenico all’aperto attivo e brioso, consacrato alla canzone napoletana. Fra i tavolini del caffè, che occupavano una larga parte della grande piazza, si alternavano grandi tenori, macchiettisti e musicisti che interpretavano canzoni inedite come “ L’ammore che fa fa’ ” di Murolo e De Curtis - “Comme se canta a Napule ” di E.A. Mario - Ninì Tirabusciò di Califano e Gambardella. Era quello un vero cantiere di nuove musiche e proprio attraverso l’attività pulsante di quel  ritrovo tutte le canzoni nate intorno al 1910, arrivarono rapidamente al grosso pubblico. Il “Caffè Turco” era davvero un tempio della canzone  tanto che perfino un suo cameriere, tale Giuseppe Capaldo, cantava e componeva. Aveva scritto i versi di “Comme facette mammeta” che divenne un punto di riferimento nella storia della canzone napoletana. Anche “Ninì tirabusciò” fu lanciata in quel caffè e catturò subito l’attenzione del pubblico maschile perché oltre ad essere chiaramente una canzone mordace, una presa in giro delle sciantose napoletane che si attribuivano nomi esotici, fu interpretata da una sconosciuta attrice romana, Maria Sarti, che inventò la famosa “ mossa ” che la rese celebre. In quel periodo fece furore “Quanno tramonta ‘o sole” di Ferdinando Russo e Salvatore Gambardella, un carezzevole e nostalgico motivo il cui successo è strettamente legato a Gennaro Pasquariello, considerato il più grande interprete della canzone napoletana di tutti i tempi. Pasquariello, di umili origini,  nacque a Napoli l’8 settembre del 1869 e iniziò a lavorare giovanissimo come commesso nel negozio di stoffe di uno zio. Durante il lavoro cantava in continuazione tutti i motivi dell’epoca e cantava così bene che tutti gli avventori lo ascoltavano con immenso piacere e lo spronavano a tentare la via dell’arte. Il giovane, incoraggiato dai tanti complimenti, chiese un’audizione all’impresario Scotto del café chantant nella Galleria Principe di Napoli. In quella occasione interpretò in maniera superlativa la macchietta “ ‘o scatobbio” (il gobbo) mettendoci tutto se stesso. L’impresario capì di trovarsi di fronte ad un grande artista e gli offrì subito una scrittura molto soddisfacente dal punto di vista economico. Pasquariello fu ovunque  molto apprezzato ed ebbe uno straordinario e immediato successo per la sua singolare  capacità di interpretare indifferentemente e con eguale bravura ruoli diversi: passava con disinvoltura dalla interpretazione comica a quella tragica e con una voce tutta  particolare. Divenne il più ambito artista per tutti i teatri e, infatti, il più noto dei teatri italiani, il salone Margherita di Napoli,  lo scritturò per una cifra astronomica. Il giovane cantante non era quello che si può definire un bell’uomo ma era dotato di un fascino particolare, di una personalità così forte e di una tale simpatia che non appena raggiungeva il palcoscenico strappava applausi a profusione. In quel periodo anche Elvira Donnarumma, meravigliosa interprete della canzone napoletana dalla straordinaria voce, raggiunse una grande fama  a Napoli e  divenne grande amica di Pasquariello. Con lui divise fama e successi e, in breve tempo, divennero il binomio più celebre e più pagato dei teatri napoletani e non solo. Pasquariello più si arricchiva e più diventava  estremamente parsimonioso tanto che a Napoli si diffusero tantissimi aneddoti  sull’argomento.  Si racconta infatti  che Raffaele Viviani, grande commediografo, attore e compositore napoletano, innamoratosi della sorella della fidanzata di Pasquariello,  gli chiese di aiutarlo nel combinare un incontro con la bellissima ragazza. Il cantante si dichiarò subito disponibile e, una sera  che si trovava a casa della fidanzata, invitò  Viviani a mettersi sotto l’abitazione e attendere il segnale per poter salire. Gli avrebbe lanciato dalla finestra  una monetina da due lire. Raffaele Viviani attese invano per ore, poi andò via disilluso. Si seppe che Pasquariello non lanciò mai quella la monetina perché pensò che non gli sarebbe stata più restituita.
A Napoli oltre al caffè Turco, le “copielle”  erano un altro sistema per diffondere le canzoni. Erano fogli volanti sui quali venivano stampati i testi e a volte sul retro anche lo spartito. Anche le  “periodiche”, poi,  contribuirono in maniera notevole alla diffusione delle nuove canzoni. Erano delle  riunioni che si tenevano in case private per ascoltare canzoni e motivi inediti tra un sorso di vino e l’assaggio di taralli con le mandorle. Da qui nasce il detto: “ finisce a tarallucci e vino” (nel migliore dei modi, in maniera amichevole). Gennaro Pasquariello non fu solo interprete ma fu lui stesso autore di canzoni. Quando si ritirò dall’attività artistica poteva contare su un consistente conto in banca che però, nel dopoguerra, a causa di una improvvisa svalutazione della moneta, si ridusse a nulla tanto da farlo diventare povero da un giorno all’altro. Tutta la stampa ed il mondo dell’arte e della cultura napoletana si adoperarono con ogni mezzo in una sottoscrizione a suo favore. Finanche Mario Scelba, allora presidente del Consiglio, intervenne con un consistente aiuto. Le offerte furono tante ed il cantante accettò di buon grado un bel po’ di denari che gli consentirono una vita tranquilla fino alla sua fine, che avvenne nella sua casa di Via dei Mille il 26 gennaio del 1958.  La sua amica Elvira Donnarumma era di salute cagionevole tanto che il grande medico molisano Antonio Cardarelli, visitandola, la esortò ad abbandonare quel lavoro così faticoso, altrimenti le conseguenze sarebbero state drammatiche. Lei  non volle ascoltarlo, anzi, una volta incontrandolo in un teatro, con aria scanzonata, gli disse che qualche volta anche lui poteva sbagliare. Cardarelli le rispose che era felice di essersi sbagliato, ma, purtroppo a sbagliarsi era stata la cantante che, dopo breve tempo, dovette  congedarsi dalle scene, ormai gravemente malata, nel 1932. Morì un anno dopo, il 22 maggio del 1933. Quando morì ottenne attestati di stima da parte di tantissimi personaggi pubblici importanti ed il mondo dello spettacolo pianse la perdita di una grande e amata artista.
Queste succinte note storiche vogliono sottolineare  i passaggi più significativi della canzone napoletana del  periodo d’oro che seguirono il  percorso parallelo alla storia di Napoli e alla sua cultura.
Mi auguro che queste piccole notizie su personaggi celebri, su grandi nomi della cultura e dell’arte contribuiscano a mantenere vivo il ricordo di una grande Napoli, di una città dal grande  passato perché se si perde il contatto col passato, con le proprie radici, si perde la fierezza della propria storia, della propria cultura, si perde la propria dignità, si decade rapidamente e si viene cancellati dalla storia.
 
                                                                                                          Raffaele Bocchetti        
 



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