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Gocce di storia

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Pubblicato da in cultura · 9 Agosto 2021
IL FASCINO DI UNA STORIA MILLENARIA:
 
 
        La Crypta Neapolitana (Grotta di Pozzuoli), viene menzionata da  Gaius Petronius Arbiter, nel suo capolavoro “Satyricon” scritto nella metà del I secolo. Si tratta di una grotta scavata nel tufo, Una importante strada di comunicazione fra Neapolis e Puteoli. Dal lato di Mergellina, ai piedi della collina di Posillipo (Pausilypon: pausa del dolore), dietro la chiesa di  Piedigrotta, un po’ più in alto , sorge un piccolo  parco divenuto famoso perché  conserva un colombario di età romana che  tradizionalmente contiene  il cenotafio di Virgilio, morto a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. 19 a.C calendario giuliano, di ritorno da un viaggio in GreciaGrecia e sepolto a Napoli. La tomba è sapientemente orientata in modo tale da ricevere luce durante tutto l’arco del giorno. L'urna che conteneva i resti fu trasportata a napoli e sembra sia andata dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre epitaffio: « Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope : cecini pascua rura duces» ( Mantova mi generò, la Calabria mi rapì la vita, ora Napoli mi conserva; cantai pascoli, campagne, generali) Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nuncParthenope; cecini pascua rura duces. Dal 22 febbraio 1939, il parco contiene anche il monumento sepolcrale di Giacomo Leopardi, morto a Napoli, sepolto inizialmente nella vecchia chiesa di S. Vitale a Fuorigrottachiesa di San Vitale Martire  Fuorigrotta e poi traslato. Le spoglie dei due grandi poeti riposano in un angolo di pace, ove si ode il canto degli uccelli tra alberi e piante in verità un po’ trascurati. All'ingresso della  Tomba di Virgilio, attaccata alla parete rocciosa, si nota una piccola epigrafe marmorea, apposta nel 1554 dai canonici del vicino convento di S. Maria di Piedigrotta. Il testo sarcastico e spiritoso testimonia l’incertezza sull’ospite del monumento, se davvero si tratti del sepolcro di Virgilio. Essa recita in latino: "Qui cineres? Tumuli haec vestigia: conditur olim / ille hic qui cecinit pascua rura duces" ("Quali ceneri? Queste sono le vestigia del tumulo. Fu sepolto un tempo qui colui che cantò i pascoli, i campi, i condottieri"). Si tratta realmente di Virgilio? E’ comunque davvero emozionante trovarsi  davanti  alla dimora sepolcrale di quei due grandi poeti perché si intuisce che la memoria sopravvive alla distruzione materiale poiché la poesia ha la funzione esternatrice che lega i vivi ai morti. Publio Virgilio Marone nacque  il 15 ottobre del 70 a a.C., pochi anni prima della nascita di Gesù, ad Andes, nell'antica città di Mantua ( Mantova), nella Gallia Cisalpina divenuta parte integrante dell’Italia romana.  Frequentò la scuola di grammatica a Cremona e poi la scuola di filosofia a Napoli dove si avvicinò alla corrente filosofica epicureista grazie a Sirone studiando eloquenza alla scuola di Epidio. Quegli studi avrebbero dovuto prepararlo alla professione  di avvocato e avviarlo al mondo della politica. Era però di natura mite,  riservato e timido, e dunque quanto mai inadatto a parlare in pubblico. Cadde per questo in una profonda depressione e a circa trent’anni si trasferì  a Napoli ove seguì la scuola dei filosofi Filodemo di Gadara e Sirone. Nel   I  secolo a.C. Ottaviano Augusto che dalle violenze e dall’anarchia dilaganti, dopo l’assassinio di Giulio Cesare, elevò il dominio di Roma ai più alti fastigi, si circondò di poeti e prosatori che segnarono il periodo più luminoso della letteratura latina. Era anche un grande protettore di artisti e fine intenditore di ogni tipo di arte. Egli stesso compositore di liriche ed epigrammi, volle nella sua fastosa corte i più insigni ingegni del momento come Orazio, autore delle Odi e delle Satire e  Virgilio Marone che aveva studiato i poeti greci idilliaci, tra i quali Teocrito, e aveva composto le Bucoliche che comprendevano liriche che si avvicinavano a quelle di Teocrito. Incoraggiato dal successo che ebbero gli idilli, il giovane poeta affrontò argomenti di più ampio respiro senza però abbandonare l’ambiente da lui prediletto: la campagna e compose le Georgiche nelle quali descrive con alata poesia i lavori dei campi in ogni stagione. Egli non si limita a cantare la semina, l’aratura, la potatura ecc. ma vede in quei lavori una comunione spirituale dell’uomo con la natura, contento del suo lavoro, dei frutti dei suoi campi, dell’amore della sua famiglia, della pace che trae da questa vita sana e lieta. Era allora di moda, quasi a contrasto con le continue e terribili guerre, questa poesia agreste, che lo stesso Orazio in più odi aveva cantato augurandosi di poter presto andare a cercare riposo in una quieta villetta nella pace dei campi. Il  suo desiderio fu soddisfatto da Mecenate, ricchissimo patrizio amico dei poeti e suo grande ammiratore che gliene regalò una. Ormai anche Virgilio era entrato nelle grazie di Mecenate e l’imperatore Ottaviano lo aveva in grandissima considerazione tanto da chiedergli di  ritessere la storia della nascita di Roma, rievocando le leggendarie avventure di Enea che, sfuggito dall’incendio di Troja e dopo lunghe e strane avventure, approdato nel Lazio, divenne  capostipite della gente latina. Ottaviano Augusto sperava che, rievocando, attraverso la potenza epica di Virgilio, le antiche gloriose gesta dei fondatori del popolo latino e celebrando le antiche virtù e l’antica religiosità romana, si potesse rafforzare e rinsaldare la sua grandiosa e vasta costruzione politica e ridestare gli antichi  valori nella fiacca e corrotta gioventù romana. La scelta della materia epica non poteva essere più felice. Ma che Enea, per volere divino si fosse recato nel Lazio e che suo figlio Ascanio avesse fondato Albalonga e fosse divenuto capostipite della gente Giulia, era una leggenda popolare romana, che si era tramandata per lunghi secoli e narrata da tutti gli storici romani tra cui Tito Livio. Solo con la lettura si potrà apprezzare il pregio ed il valore universale dell’Eneide che con  la bellezza, la varietà, l’appassionante svolgersi degli episodi ha condizionato e caratterizzato in maniera profonda lo sviluppo della vita culturale e letteraria.  Insieme all’Iliade e all’Odissea, l’Eneide ci ha dato la possibilità di conoscere non solo l’aspetto culturale, ma anche gli aspetti peculiari della civiltà delle origini, sentimenti e situazioni universali in cui ciascuno può riconoscersi. Prima di morire, Virgilio raccomandò ai suoi compagni di studio Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere il manoscritto perché, per quanto l'avesse quasi terminato, non aveva fatto in tempo a rivederlo. I due però consegnarono l’opera all'imperatore, e l'Eneide, divenne in breve il poema nazionale romano. L'opera di Virgilio, presa a modello e studiata, ha avuto una profondissima influenza sugli autori occidentali, in particolare su Dante Alighieri che nella sua Divina Commedia rappresenta  Virgilio come la guida nell’Inferno e nel Purgatorio ( “O de li altri poeti onore e lume, vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore che m’ha fatto cercar lo tuo volume” Inferno, Canto I – 81/83). A Napoli Virgilio era divenuto il simbolo dell'identità e della libertà politica nonché protettore della città e questo non era gradito al Vaticano e innanzitutto ai normanni che nel XII secolo consentirono all’inglese Ludowicus, filosofo e stregone, di profanare il sepolcro del poeta per asportarne l’urna al fine di distruggere l’oggetto di culto che rappresentava proprio il simbolo di quell’autonomia che aveva fatto di Napoli una città libera. Il popolo napoletano, però, salvò i resti trasferendoli a Castel dell’Ovo. Nei sotterranei del quale furono nascosti definitivamente dai normanni. La figura del poeta si ammantò di magia e i napoletani riconobbero nei suoi scritti potenzialità oracolari e protettive. Tra aneddoti e  fantasiose ricostruzioni la gente di Napoli,  scaramantica per tradizione, attribuiva al poeta la capacità di allontanare la iattura e addirittura la magia di aver costruito Castel dell’Ovo sopra il guscio di un uovo di struzzo fatato che, se si fosse rotto, la città sarebbe caduta nelle più terribili disgrazie e preda di invasioni cruente. La leggenda vuole che l’uovo sia stato   trovato e distrutto da Corrado di Querfurt, cancelliere dell'imperatore Enrico VI inviato nel XII secolo a conquistare il Regno di Sicilia  che comprendeva anche la città di Napoli.  Napoli e il circondario ricorrono spesso negli scritti e nelle opere di Virgilio.  Secondo la tradizione biografica Virgilio visse a Napoli gran parte della sua vita (liberali in otio) e aderì con libertà di pensiero alla dottrina epicurea. La Campania e la Sicilia furono per il Poeta un’oasi di pace, la dimora confortevole e protettiva. Esistono molte tracce della  Sicilia: buona metà del III libro dell’Eneide è ambientato in quell’isola  con una puntuale  descrizione dell’Etna,  ed il libro V è tutto ambientato lì. Rapidi accenni si troveranno pure nelle Georgiche, ma la Campania è certamente più documentabile ed influenzò profondamente e positivamente l’animo del Poeta che mostrò il frutto migliore della educazione epicurea nel connotare di un’alta valenza di pensiero l’amore per la natura vista come rifugio spirituale, come oasi dopo le guerre civili, ma anche come scoperta di insopprimibile dimensione dello spirito. I versi finali delle Georgiche ( “Illo Vergilium me tempore dulcis alebat Parthenope styudiis fiorente ignobilis oti, carmina qui lusi pastorem audaxque iuventa …”) testimoniano il lungo  soggiorno di Virgilio a Napoli. Il Mezzogiorno d’Italia fu inteso dal Poeta come paesaggio umano dove il destino dell’uomo si realizza alla scoperta della natura e delle risorse della terra.  Anche i campi Flegrei    sono argomenti ricorrenti nelle opere di Virgilio. Molti riferimenti a questa terra si incontrano nell’Eneide.  Cuma, Pozzuoli, Ischia e Procida  ricorrono con frequenza nei suoi scritti. Virgilio fu un rilevante protagonista della storia campana. Lo storico Dionigi di Alicarnasso, riferendosi all’Eneide immaginò una fantasiosa e affascinante ipotesi sul nome di Procida. La nutrice di Enea che si chiamava Procida, morì durante il viaggio dell’eroe verso Roma, mentre la nave si trovava nei pressi di Vivara, isoletta collegata a Procida da un ponte. La donna venne lì sepolta e in suo onore Procida prese il suo nome. E’ un fatto storico inconfutabile che Virgilio volle essere seppellito a Napoli come riferisce Svetonio  nella biografia del poeta  nel suo “ De viris illustribus “. Il legame tra il grande poeta e Napoli non si è mai interrotto tanto che  il suo sepolcro divenne quasi un tempio da onorare e ancora oggi attrae tantissimi visitatori.
 
                                                                                                             Raffaele Bocchetti
 
 
 



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