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COME NASCE LA CANZONE NAPOLETANA

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Pubblicato da in cultura · 9 Febbraio 2021
Tags: raffaelebocchettiarteculturamusica
 
COME NASCE LA  CANZONE NAPOLETANA    

Una domenica pomeriggio del mese d’agosto dell’inizio 800 donna Rachele, nella sua grande e sfarzosa casa di via Toledo a Napoli, si apprestava a ricevere i suoi amici preferiti che rappresentavano il meglio della cultura partenopea del momento.
Vincenzina,  la vecchia domestica, sapeva già come comportarsi in queste occasioni: aveva sistemato al centro  del tavolo tondo nel lussuoso salone un bel vassoio di ceramica di Capodimonte colmo  di rustici e pasticcini, in un altro crostini ricoperti di tonno alle olive, formaggio e mozzarelline di Mondragone. Frutta, vini pregiati, rosolio e gelato completavano il buffet.
Più o meno alla stessa ora di quello stesso pomeriggio, in un basso dei quartieri spagnoli, donna Concetta, detta ‘a maesta, tutta impettita e orgogliosa del suo “tuppo”, si dava da fare in attesa dei vicini che, muniti di chitarra e mandolino, avrebbero rallegrato la serata di tutto il vicolo.     La donna aveva posto al centro di un tavolo una “scafarea” (recipiente di terracotta) colma di taralli al pepe e tarallucci dolci e una damigiana da cinque litri di aglianico.
Nello scenario di questi incontri, in cui giocano un ruolo importante le condizioni culturali e le più disparate forme  poetiche e musicali, trovano spazio la poesia e la letteratura, la romanza e la lirica e  fa i suoi primi passi la canzone napoletana.
Questi appuntamenti periodici, per questo chiamati “periodiche”, si differenziavano per tipologia a seconda del ceto sociale nel quale si svolgevano.  Nei salotti si declamavano versi, si cantavano romanze e si suonava musica classica senza però disdegnare la canzone, quella impegnata, mentre nelle case più modeste aspiranti cantanti e menestrelli si esibivano nella interpretazione di canzoni popolari e ritornelli molto orecchiabili.
Gli intrattenimenti nei salotti terminavano col ballo che si protraeva fino alle prime ore del mattino, mentre quelli dei vicoli terminavano molto prima, dopo aver consumato i tarallucci e svuotato la damigiana.
Da qui il detto: “finisce tutto a tarallucci e vino …”.
In questo scenario nasce la canzone napoletana grazie all’opera di poeti e musicisti di professione unitamente ad una vasta compagine di divulgatori che comprendevano editori, posteggiatori, menestrelli e pianini. La Piedigrotta canora, poi, rappresenta  la più importante fucina di produzione di canzoni che vedeva le case editrici organizzare un  evento competitivo al quale poteva partecipare chiunque ma il successo era assicurato con l’esibizione di cantanti e orchestre famosi disposti su carri allegorici, molto simili a quelli del Carnevale di Viareggio, che attraversavano le principali strade della città, tra la folla esultante, fino a raggiungere il Santuario.
La Piedigrotta ha origini antichissime risale infatti al I secolo a.C.
Durante l’impero di Nerone, Gaius Petronius Arbiter, nel suo capolavoro “Satyricon” scritto nella metà del I secolo, ne fa menzione raccontando che Gitone, Encolpio e Ascilto, passeggiando per Napoli, nei pressi della “Grotta di Pozzuoli”, ove si trovava anche il tempio di Priapo, furono attratti dalla musica e dai canti dei napoletani che partecipavano ai baccanali del 7 settembre.
Anche il vanitoso Nerone, che si riteneva raffinato cantante e musicista, volle  cantare a Napoli proprio davanti alla Grotta di Pozzuoli ( Crypta Neapolitana) orgoglioso degli applausi e degli elogi che la folla gli tributava.
Che a Napoli si sia da  sempre cantato lo testimonia anche Boccaccio che, durante la dominazione angioina, attratto dalla bellezza dei paesaggi, giunge a Napoli e nel suo sonetto XXXII parla di un canto popolare ascoltato da una finestra di Castel dell’Ovo e così si esprime: “ Sulla poppa sedea d’una barchetta/Che il mar segando presta era tirata/La donna mia con altra accompagnata/Cantando or una or altra canzonetta.
Fu nel 1200 che i napoletani edificarono, al posto del tempio di Priapo, antica divinità greca, nota per le sue doti falliche, la chiesa della Madonna di Piedigrotta che, nel tempo, subì vari cambiamenti e rettifiche, fino ad essere completamente riedificata nel XIV  secolo.
Il pellegrinaggio dei napoletani continuò ogni 7 settembre fra canti balli e suoni.
Vi si recavano  a frotte, cantando accompagnandosi con putipù e scetavaiasse e ballando al ritmo della tarantella.
In epoca più recente, il santuario divenne il centro della devozione del borgo marinaro, ma l’inizio della festa di Piedigrotta, che, come si è detto trae le sue origini dai baccanali del I secolo a.C., così come  noi la conosciamo, risale al 1487, come citato  dal cronista Leostello.
La festa assunse grande importanza  nel 1744 quando Carlo III volle celebrare la vittoria di Velletri sui tedeschi abbinandola ai  festeggiamenti della Piedigrotta.
Avvenne così anche per il Carnevale Napoletano che, a quei tempi, aveva luogo nell’attuale piazza Mercato e la festa di  Piedigrotta  ne ereditò le consuetudini con tutti gli eccessi più significativi di gioia e di armonia compreso le grandi abbuffate di parmigiana di melanzane.
La prima canzone che incoraggiò l’iniziativa delle case editrici fu “ Te voglio bene assaje” scritta da Raffaele Sacco e musicata, molto probabilmente, da Gaetano Donizzetti. Raffaele Sacco, nato nel 1787, di professione ottico, aveva bottega in via della Quercia e si dilettava a scrivere canzoni.
Si racconta che la sera del 7 settembre del 1835, si trovava a casa di amici che lo invitarono a suonare qualcosa e lui  sedette al pianoforte e cantò “Te voglio bene assaje”.
Quella era una sera caldissima e l’afa si faceva sentire a tal punto  che le finestre e i balconi erano spalancati e il canto echeggiava nelle strade e nei vicoli circostanti.
La gente di passaggio fu attratta da quella musica molto orecchiabile e si fermò ad ascoltare.     Il giorno seguente tutta la città cantava quel brano che  ebbe uno strepitoso successo in tutti gli ambienti, da quello popolare a quello borghese,  anche attraverso la diffusione di foglietti volanti, le così dette “copielle” che gli assicurarono la vendita di ben 180.000 esemplari  del canto scritto.
Il successo e la popolarità di quella canzone invogliarono molti tipografi napoletani ad improvvisarsi editori musicali in un ambiente che già vantava una grande tradizione di copisteria e stampa musicale.
Questo brano rappresenta l’evento musicale più rilevante che spiana la strada all’ingresso di poeti e musicisti di professione che, attraverso un organizzato sistema di produzione industriale,  creano il prodigio della canzone classica napoletana dell’800.
I vari autori si ispirarono a diverse forme nel tentativo di offrire un prodotto poetico-musicale di cultura ma che fosse recepito ed accettato da tutti.
La differenza tra canto popolare e canzone consiste nella oralità del primo, che non si avvale  della scrittura, mentre la seconda è vincolata alla produzione colta con testo scritto e spartito.
Ma è proprio dal canto popolare che letterati e musicisti di alto rango traggono la materia prima per le loro trascrizioni impegnate.
Dalle canzoni tradizionali nascono nuovi testi per canto e pianoforte come Michelemmà, Lo guarracino, Cicerenella e tanti altri.
Queste trascrizioni hanno inizio intorno al 1820 con Bernhald Wolff, August Kopisch, Luigi Chiurazzi fino ad arrivare a Roberto De Simone e a Riccardo Pazzaglia.
La poesia e la musica hanno certamente influenzato la nascita della canzone napoletana nella forma e nel linguaggio.
Ferdinando Russo, ad esempio, attinge dal dialetto e quindi è più popolare, mentre Di Giacomo si avvale di un linguaggio letterario aristocratico ed elegiaco. E.A.Mario, autore molto fecondo, attinge da un testo popolare antico, quando nel 1922 scrive “Canzone appassionata” interpretata magistralmente dal grande Pasquariello. Raffaele Viviani nel 1930 con “ ‘a rumba de’ scugnizzi”si rifà alla tradizione introducendo nel testo le “voci” dei venditori ambulanti e, recentemente, Pino Daniele introduce in un suo testo la voce del venditore ambulante di taralli: “Furtunato tene ‘a robba bella, ‘nzogna ‘nzò”.
La canzone napoletana trova il suo splendore allorquando musicisti e compositori di chiara fama creano melodie straordinarie, distaccandosi dal manierismo convenzionale.
La  più geniale espressione viene raggiunta quando entrano in scena compositori e poeti di professione.
Tosti, Costa, Valente, De Curtis, Di Capua, Murolo, Tagliaferri e Gambardella sono solo alcuni nomi che hanno fatto grande la canzone napoletana conosciuta in tutto il mondo.
Talmente nota che “ ’o sole mio” venne eseguita in sostituzione dell’inno nazionale italiano il 28 luglio del 1935 sul circuito del Nurbrunging in Germania dove si correva  il’VII Grosser Preis von Deutschland, il Gran Premio di Formula 1, la piu prestigiosa competizione automobilistica d’Europa. Nuvolari dopo una gara sotto una pioggia battente  tagliò per primo il traguardo: aveva vinto.  Si attendeva  solo l’inno nazionale italiano, che all’epoca era la “Marcia Reale”, non ancora Fratelli d’Italia ma,  fra lo stupore di tutti,  risuonarono le note di “O Sole Mio”, si proprio la canzone napoletana.
“ Funiculì funiculà ” viene eseguita in occasione del cambio della guardia al Palazzo Reale in Danimarca, mentre “ Santa Lucia ” diviene liturgia musicale per la festa di Santa Lucia in Svezia. Lo stesso motivo venne adottato anche dai militanti di Solidarnosc allorquando si ribellarono al vecchio regime.
Questa stessa canzone, viene spesso eseguita, unitamente a “ ‘o sole mio ” come omaggio a Napoli, in Corea del Sud. Infatti al centro dell'atrio di un grande Supermercato di Seul c'è un pianoforte e artisti famosi iniziano a suonare e intonare le famose melodie napoletane. Subito si accodano  i cantanti del Conservatory Youngsan che danno vita a uno spettacolo straordinario.
C’è da sottolineare con orgoglio  che Napoli viene apprezzata e stimata in tutto il mondo non solo per i suoi impareggiabili paesaggi, ma anche per la sua cultura e le sue tradizioni musicali.      
Quale sarà il futuro della canzone napoletana?
Personalmente ritengo che la nostra musica, unica nel suo genere, rappresenti la nostra tradizione, la nostra identità e quindi mi auguro che i napoletani e i meridionali in genere non perdano il contatto col loro passato con le loro tradizioni perché quando questo avviene si perde l’orgoglio della propria storia, della propria cultura, della propria identità andando incontro alla decadenza e poi al buio.
                                                                                              RAFFAELE BOCCHETTI
                                                                                      Visita il sito: raffelebocchetti.it
 



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